26 set 2018

Prima Corinzi 4

Vi esorto dunque: siate miei imitatori. (v. 16)
La responsabilità dei predicatori, il severo rimprovero e l'ammonimento di un padre sono i temi di questo capitolo che contengono espressioni forti e un breve riassunto della realtà vissuta dai primi discepoli. Considerando la rivalità che si era stabilita nella chiesa di Corinto, Paolo chiarì come lui e gli altri predicatori dovessero essere considerati come "servitori di Cristo e amministratori dei misteri di Dio" (v. 1). Poco importa al giudizio degli uomini se chi "giudica è il Signore" (v. 4). Ognuno darà un resoconto della sua fedeltà davanti a Dio, quando in quel grande giorno "manifesterà i pensieri dei cuori" (v. 5).

Notare che Paolo non giudica neanche se stesso . Quante volte ci mettiamo in angolo e diventiamo giudici di noi stessi. Quanti hanno rinunciato nel bel mezzo del cammino perché pensano di non riuscire a raggiungere il traguardo! Ma questo non è un pensiero sano, né viene da Dio. Il Signore ci invita a confidare nella Sua grazia e nella Sua giustizia, anche se tutto sembra sfavorevole. Il pregiudizio blocca la missione, distoglie l'attenzione da ciò che conta davvero e ci colloca in una funzione che appartiene solo a Dio. A tempo debito Dio "metterà in luce quello che è nascosto nelle tenebre" (v. 5).

Quando gli amici di Giobbe andarono a fargli visita, la prima impressione fu che ebbero misericordia per la deplorevole situazione del vecchio, ma con il passare dei giorni la compassione divenne una corte in cui, loro, misero Giobbe sul banco degli imputati. Ma tutta quella falsa saggezza cadde quando il Creatore dell'Universo si manifestò e conferì a Giobbe il doppio di quanto aveva prima. Mentre quei amici discutevano sulla ragione e le parole di Giobbe suonavano loro come vani lamenti, il Signore sondò i loro pensieri, e a tempo debito dichiarò il Suo giudizio: "poiché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe" (Giobbe 42: 8).

La situazione della chiesa di Corinto non è diversa da quella vissuta dagli amici di Giobbe o da quella che viviamo oggi. Come Laodicea, l'affermazione "Già siete sazi, già siete arricchiti" (v.8), rivela una condizione spirituale tiepida e quindi degna di un severo rimprovero. Quelle nuove predicazioni erano diventate come trofei e una fonte di contesa tra i credenti. Paolo espone la realtà del suo ministero non per penalizzare chi lo ascoltava, ma per fargli capire che lui era come "uno spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini" (v. 9), che la sua predicazione non riguardava applausi e onori di questa terra, ma con una vita piena di Spirito Santo siamo pronti a soffrire ciò che è necessario per l'amore a Colui che ci ha salvati.

L'obiettivo di Paolo non era quello di creare una sorta di imbarazzo per quella chiesa, ma di correggerli come un padre corregge i suoi figli. Né si considerava superiore ai suoi fratelli, ma dimostrò che il suo cammino era fermo "in Cristo Gesù" (v. 17). E come questo apostolo perseverante, Dio chiama costantemente tutti al pentimento e fa tutto per salvarli. La domanda è: "Che venga da voi con la verga o con amore e con spirito di mansuetudine?" (v. 21). Quale sarà la tua risposta? Non vantarti del dono o dei doni che il Signore ti ha dato, né andare "oltre quel che è scritto" (v. 6), ma lascia che ognuno di noi sia trovato fedele, quando riceviamo la nostra "lode da Dio" (v. 5).

Nessun commento: